Back home: la cucina della nonna e i colli bolognesi

Vivo in triangolo contadino di confine tra le provincie di Bologna, Modena e Ferrara. Qui le domeniche autunnali sono languide e il panorama grigio rende il passare del tempo ovattato e sonnolento, come dopo un’abbuffata domenicale di cui presto ti penti sprofondando nel divano. Annoiata e colpevole.

Nonostante un anno di viaggio da zingara vissuto in un furgoncino camperizzato e ben pochi pasti cucinati a dovere, mi sento carica, pronta a rinunciare a un piatto fumante di tortellini della nonna per esplorare i miei colli  bolognesi e scrollarmi di dosso il torpore.

No, non andrò sulla Vespa Special come vorrebbe il cliché della canzone, ma con le mie gambe atrofizzate dalle 40 ore settimanali di lavoro d’ufficio, a cui sono ahimè tornata.

Abbigliamento tecnico, scarponcini, k-way. Nello zaino sono pronti panini, barrette e acq…

“Benny è un percorso di 4 chilometri…”

“… quindi?”

“Ci vorrà un’oretta e mezza”.

“Mmm. Se iniziamo verso le 14, arriviamo e torniamo prima del buio”.

“Andiamo dopo pranzo, allora?”

“Sì, va là… Metto su il brodo”.

Ok. Forse io e Andrea non ci sentiamo proprio pronti a rinunciare a un piatto fumante di tortellini.

Ma quando partiamo e iniziamo a camminare da San Michele in Bosco, proprio sopra all’Ospedale Rizzoli, con destinazione Forte Bandiera a circa 300 metri d’altezza, il brodo si ripropone acido e sgarbato, e ce ne siamo già pentiti.

Il percorso CAI 902 percorre i colli orientali bolognesi e inizia dietro il sagrato della Chiesa, dove vale la pena spendere qualche minuto in contemplazione della città sulla splendida terrazza panoramica: si possono contare le Torri una ad una!

bologna panoramica
Ph. Andrea Messina

Dopo un po’ di difficoltà nel trovare la segnaletica bianca e rossa del sentiero, troviamo una scaletta di legno scavata nella terra che conduce in un inaspettato giardino di putti di pietra ricoperti di muschio. Girovaghiamo un pò a caso, temporeggiando tra le statue come nel labirinto di Alice nel Paese delle Meraviglie.

san michele in bosco
Ph. Andrea Messina

Usciamo finalmente dal presidio ospedaliero, preceduti (sì, PRECEDUTI) da tre anziani che fanno Nordic Walking e saliamo il dorsale alternando tratti sull’asfalto a sentieri nella boscaglia. Spesso il percorso 902 attraversa giardini privati, messi a disposizione dai proprietari al CAI di Bologna: è bello per qualche istante osservare Bologna ai nostri piedi con gli occhi di chi “c’ha la villa sui colli”. Grossa, rossa, intorpidita dalla nebbia dell’imbrunire.

Zigzagando tra i tralicci della corrente e i giardini delle ville, continuiamo nella luce autunnale che rende i colli stregati e nasconde piano piano la città sotto di noi. Il cielo è di piombo e brontola di pioggia, vuole ricordarci che è già autunno e si mette a fare a pugni con l’erba dei prati, inspiegabilmente ancora festosa col suo verde acceso di fine estate.

La pioggia alla fine arriva, prima timida, poi aumenta. E aumenta. Le goccioline diventano goccioloni, ma ce ne faremo una ragione.

tramonto-colli-bologna
Ph. Andrea Messina

Saliamo ancora seguendo il bosco e arriviamo in uno spiazzo che sovrasta i colli tra Monte San Donato e Forte Bandiera, ma siamo talmente indaffarati a coprirci dalla pioggia che quasi ci perdiamo LO spettacolo.

La Basilica di San Luca ha fatto capolino, piccola piccola ma nitidissima di fronte a noi. È ben visibile con la sua cupola azzurrognola e tondeggiante, delicatamente appoggiata sulla base circolare rossa del Santuario; da lontano sembra un bignè troppo cotto con glassa al pistacchio. La Basilica è circondata da nuvole bianche e il nero del temporale che si allontana gli fa da sfondo, tanto che sembra sospesa nel vuoto.

Chi è bolognese, o vive a pochi chilometri, sa che non c’è punto di riferimento più vero e sentito del Santuario della Beata Vergine di San Luca: è il buon amico che per primo ti accoglie in città quando arrivi, l’ultimo a salutarti quando te ne vai.

san luca bologna
Fonte: Flickr Raffaele Preti

Galvanizzati dalla visione e intirizziti dalla pioggia decidiamo di proseguire fino a Monte Paderno (percorso CAI 906), tra ville nascoste, poderi ristrutturati e strade tortuose.

Seguiamo istintivamente e un pò a caso i sentieri nei boschi e arriviamo fino al Parco di Monte Paderno (appena 359 metri d’altezza).

Da qui le profonde gole friabili dei calanchi sembrano un gigante tiramisù congelato, smembrato e scavato alla rinfusa con un cucchiaino da un goloso commensale impaziente di gustarselo. Nonostante il tempaccio, per me è come una boccata d’aria fresca. Basta spostarsi di pochi chilometri da casa e camminare tra i saliscendi dei colli per far riaccendere lo spirito del viaggiatore, seppellito sotto alla luce artificiale dello schermo del PC o dal neon dell’ufficio.

calanchi-rio-calvane
Fonte: Geositi dell’Emilia Romagna (foto d’archivio)

Ci immergiamo nell’uggiosità della Pianura per tornare a casa la nebbia mi entra nelle ossa. Lascio alle spalle bignè architettonici e tiramisù geomorfi e rifletto sulla tendenza di noi emiliani, e in generale degli italiani, a risolvere gastrofanaticamente (cit.) le paturnie quotidiane col cibo, soprattutto dopo 1 anno di astinenza. Cliché sugli italiani e il rapporto morboso col cibo che ci siamo sentiti ripetere all’infinito …

La nebbia s’infittisce e per stare sulla strada ci affidiamo ai fanali rossi della macchina davanti a noi. Tipico. Mi stringo nel K-way e penso al caldo secco dell’estate australiana. Alle birre ghiacciate godute nella frescura del porticato dopo una giornata di lavoro in campagna. Al barbecue che si accende quando fa buio e rosola perfette bistecche di manzo, sode e croccanti.

Mentre scendo dalla macchina gli occhiali si appannano per lo sbalzo termico e si riempiono di goccioline di nebbia.  L’antitesi di questo ricordo australe fa maturare in testa un pensiero, non meno caloroso e calorifero. Una volta in casa mi catapulto sul freezer; scavo freneticamente nei cassetti ed estraggo minestroni e brodini di verdure.

Andrea è già atterrito e dispiaciuto di dover concludere una giornata di trekking così.

Alla fine, vittoriosa, trovo un sacchetto Kuki mezzo pieno e un vecchio barattolo di marmellata, cristallizzato di ghiaccio. Guardo Andrea.

“Questa sera…  tagliatelle al ragù della nonna!”

 

 

 

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