L’isola dell’isola

Con un mirabolante effetto matrioska, l’isola Australia contiene entro i suoi confini marittimi altrettante 8.222 isole. La più grande, con la sua peculiare forma triangolare, è la Tasmania. Posizionata a sud-est del continente e a circa 5.900 chilometri dall’Antartico, questa isola dell’isola sembra un mondo a sé stante, una matrioska.

Le prime perlustrazioni della Tasmania risalgono al 1642 e furono condotte da Abel Tasman (da cui il nome), mercante ed esploratore olandese, a cui è attribuita anche la scoperta delle isole della Nuova Zelanda, Tonga e Fiji. Non fu prima del 1803 però, relativamente tardi per la storia occidentale, che i coloni europei si stabilirono definitivamente in Tasmania, approfittando della posizione remota rispetto all’Australia continentale per costruirvi una bella e nuovissima colonia penale. L’insediamento irruento dei primi coloni provocò uno dei più rapidi e radicali genocidi della storia, causando l’estinzione dei 5.000 aborigeni autoctoni in pochi decenni.

La prima impressione quando si mette piede in Tasmania è davvero di essere a confronto con l’ultima frontiera conosciuta della terra, la Natura incontaminata nella sua concretezza.

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La non-presenza dei nativi tasmaniani, decisamente inusuale rispetto agli altri stati australiani, la connota di un’aura senza tempo: una tragedia che si percepisce e galleggia nell’aria e nell’acqua, come una colpa non saldata.

Molti usano l’aggettivo “selvaggio” per descrivere la Tasmania. Io, piuttosto, penso a una terra introversa, che si lascia scoprire con parsimonia e pazienza.

La Natura è una padrona di casa che concede poco spazio all’uomo (7 abitanti per km2!), un ospite arrendevole di fronte alla sua maestosità. Durante alcune escursioni nei principali parchi nazionali (il Freycinet National Park, il Mount Field, Bruny Island, il Franklin-Gordon Rivers e terminando con il super turistico ma imperdibile Cradle Mountain), ho avuto l’impressione di trovarmi in un regno atavico e magico: attraversando il sentiero tracciato nella vegetazione pareva che questo si chiudesse letteralmente alle mie spalle dopo il mio passaggio, come nelle scene del Medioevo fantasy di Fantaghirò, con tanto di pietre parlanti e fiumi che borbottavano negli strapiombi. Intorno, il respiro della vegetazione, col suo non-silenzio di versi, fruscii, beccheggi.

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Il clima è certamente scontroso e lunatico qui: se l’inverno porta umidità, pioggia e qualche neve sulle vette più alte, un cielo più temperato e ventoso contraddistingue le coste, ma la vicinanza al buco dell’ozono antartico infiamma coi suoi raggi solari anche le pelli più scure. È facile poi attraversare diversi ambienti: dalle catene montuose alpine, alle zone umide, alle praterie, alle lande costiere, terminando con le vaste foreste pluviali temperate. I paesaggi dell’isola sono stati modellati dalle epoche glaciali precedenti e molte piante e animali selvatici unici in Tasmania sono la conseguenza della rottura del super-continente Gondwana, milioni di anni fa.

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La curiosa fauna tasmaniana è appunto unica al mondo; purtroppo, o si è estinta (come la tigre della Tasmania), o è oggi fortemente minacciata. Sarebbe comunque limitativo associare l’isola solamente al piccolo Diavolo della Tasmania (che non condivide nulla con la trasposizione animata della Warner Bros) e perdersi il timido echidna, l’impacciato vombato, il minuscolo Wallaby rosso, o avvistare i notturni pinguini e i leoni marini.

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In questo idillio bucolico la mente vaga e ci si consuma di stupore e domande, perdendosi: cosa che a noi è effettivamente accaduta in un trekking nel Parco Nazionale Cradle Mountain-Lake St. Claire. 

Come la sorella maggiore Australia, anche la Tasmania è un’introversa matrioska triangolare, che contiene all’interno della cavità più grande una serie di storie (o isole), ciascuna di figura simile, ma dimensioni diverse.

In questa isola riservata ci sarà sempre un’altra isola da scoprire; un’echidna nascosta tra i rami; una cristallina cascata a più balzi che sfocerà in un’altra cascata a salto unico, altissima e potente.

Fino all’ultima matrioska, la più piccola e invisibile: quel pesantissimo debito di anime agganciate nell’aria umida di pioggia, che nessuno può più saldare.

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Photo Credits: Andrea Messina

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