Tappa 4: coinquilini

“Eccolo è là!” esclamo mentre indico ad Andrea la sagoma gialla e blu abbracciata mollemente alla farmbike Yamaha. Appena riconosce i vestiti da lavoro, Andrea inserisce la freccia a sinistra e svolta lentamente sulla strada sterrata. Il van sobbalza e parecchie scatole nel retro si rovesciano.

“Non era indicata per niente la strada” dico mentre seguiamo la moto, che nel frattempo è ripartita di fretta sgommando e lasciandosi dietro un polverone.

“Non ho visto nessun cartello con scritto “Grattai West”. Come cazzo si fa a orientarsi in questa campagna tutta uguale? Mark avrebbe dovuto dirci qualcosa tipo “Dopo la vacca marrone nel recinto e i silos grigi conta fino a 20 e svolta a destra”.

Andrea ascolta paziente le mie lamentele urticanti. Sa che nascondo un nervosismo che mi caratterizza quando sono emozionata e tesa per i cambiamenti, e nell’ultimo mese di cambiamenti ne abbiamo affrontati tanti insieme.

Un volo dall’Italia all’Australia. Le pratiche burocratiche per la residenza, la copertura sanitaria e il lavoro. L’improduttiva ricerca di un impiego nella ristorazione. L’ancor più improduttivo e svilente tentativo di trovare il lavoro che svolgevamo in Italia. La scelta di compare un van su cui vivere e viaggiare, con il dubbio costante che l’acquisto di un mezzo usato fosse stata una buona idea. Lo spazio di un furgoncino da elettricista da dividere in due, uomo e donna, notte e giorno, nel bene e nel male, nelle giornate di ciclo e nelle dirette di Champions League in streaming. Una gabbia di nervi e sogni.

Perciò, è abbastanza gentiluomo da non rimproverarmi per la mia acidità. Inoltre, è concentrato sulla guida: il nostro van non è propriamente adatto ai fuoristrada, anche se la carrareccia che porta alla farm non sembra particolarmente impervia: la strada è larga a sufficienza per un veicolo e senza buche. E poi “C’è chi questa strada la percorre con dei Mercedes…”.

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La polvere arancione della moto davanti a noi si disperde nel bush pieno di alberi e cespugli. Su entrambi i lati della strada cresce un intrico di arbusti bassi e fiori selvatici viola: il bush di Moree si estende pianeggiante per centinaia di chilometri sulla strada statale Terry Hie Hie, interrotto da altrettanti centinaia di ettari di campi di grano e qualche tenuta agricola male indicata. È in una di queste che ci inoltriamo inghiottiti dal bush, percorrendo ai 10 chilometri all’ora la stradina ghiaiata che ci conduce alla proprietà dei nostri nuovi datori di lavoro.

Seguiamo curiosi la Yamaha, cercando di scorgere segni degli animali tra un albero e l’altro, che ci hanno anticipato essere numerosi. Indaghiamo la terra arancione coperta da grovigli di rami gialli, già secchi nonostante l’estate debba ancora ufficialmente iniziare. Gli eucalipti dinoccolati liberano stormi di cacatua bianchi e gialli che volano via con il loro inconfondibile grido gracchiante, spaventati dal nostro arrivo irruento con tanto di cresta irta in testa. Le mandrie di mucche nere che brucano avidamente le sterpaglie ai lati della strada ci fissano, bloccando la mascella al nostro passaggio: alcune seguono il van mentre altre riposano insieme ai vitelli all’ombra di un albero. Sembra che si siano raccolte per osservare i nuovi arrivati.

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Questa sarà per tre mesi e mezzo la nostra casa, la tenuta di campagna di Sue e Warren Hannam, nel bel mezzo del bush settentrionale del New South Wales, a 20 chilometri dal centro di un paese di per sé già minuscolo.

Mark, il collega che lavora con noi nell’azienda di raffinazione di cereali, ci fa strada sulla sua moto da campagna, di cui ci ha parlato orgoglioso nelle prime settimane di lavoro. Ha interrotto il suo secondo lavoro di raccolta delle mandrie per condurci nella dépendance che condividerà con noi. “Metti il van laggiù, nel retro del capanno, così siete più vicini al bagno”.

Il capanno degli attrezzi è la sua dépendance. Una struttura con pareti e tetto di latta senza termo isolamento. Il fabbricato è composto da due ambienti rettangolari disposti ad L, uniti da una piccola veranda esterna in cemento che si affaccia sul recinto dei vitelli, che dista un centinaio di metri. Il rettangolo più lungo è arredato con il suo letto matrimoniale, un mobile per stoviglie e lavello, il frigo e la zona lounge, ossia una poltrona reclinabile in pelle verde collocata davanti alla TV. Tre lati su quattro regalano una vista aperta e pulita sulla campagna circostante, conferendo all’ambiente più respiro. La villa dei proprietari della terra è abbastanza lontana e nascosta dagli alberi da non essere vista.

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La nuova casa e la nostra amica Milly.

Il rettangolo più corto della struttura, invece, a cui si accede uscendo di nuovo sulla veranda, è il bagno. È dotato di doccia, lavabo, gabinetto e un minuscolo geco grigio che tiene lontani i ragni “cattivi” australiani.

“Yeah Beny, spiders. Don’t get too stressed about them. You’d better watch out for snakes over here”. Bene, ma non benissimo. “Mi raccomando, guardate sempre dove mettete i piedi e avvisatemi se vedete un serpente. I brow e i black, sono mortali. L’estate scorsa ne ho ammazzati 4 belli grossi!”. Mark gongola nel vedere le nostre facce preoccupate. Mi sembra di essere all’interno di un livello di Super Mario.

Andrea e Mark vincono l’imbarazzo e l’impaccio iniziale godendosi una birra nella relativa frescura della veranda, svelandosi poco a poco e leggendosi nelle rughe e nelle pieghe dolorose della vita di un giovane uomo di 40 anni che vive in solitudine nel capanno in ferro dei suoi datori di lavoro, circondato da fotografie di una bellissima bambina bionda

Insieme a Mark e al piccolo geco in subaffitto nel bagno da oggi ci saremo anche noi. Dormiremo parcheggiati all’ombra di un eucalipto abbastanza alto da fornirci ombra per buona parte della mattinata, finchè non dovremo rifugiarci in casa insieme a Mark per agonizzare all’aria condizionata.

“This is a very old tree. It’s almost 30 years old Beny, just like you!” sorride Mark malizioso. Ora abbiamo rotto il ghiaccio anche noi.

Photo Credits: Andrea Messina

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