Tappa 2: la grande mela

Siamo arrivati nella grande mela intorno alle 11.00. No, non parlo di New York, ma di Stanthorpe, che come molte cittadine australiane riproduce un’enorme statua di ciò che le rappresenta per qualche ragione economica o storica all’ingresso della città. A Coffs Harbour va peggio, lì hanno una Big Banana…

Ci siamo immediatamente resi conto del cambiamento climatico della collina: vento fresco, pioggerellina sul parabrezza, passanti frettolosi con ombrello in mano e k-way. La strada principale era piena di negozietti alla moda, signore profumate che ci passavano di lato tacchettando sotto gli edifici storici in stile Art Decò di primo ‘900, restaurati nei loro colori pastello originari. Abbiamo parcheggiato il nostro Kia nella via principale, di fronte allo Sport Club. Due buoni avventori da bar della metà mattina, già brillanti grazie alla mezza pinta con patatine fritte (ergo, il bianchino e le arachidi dei loro omologhi al Bar dello Sport) ci hanno subito intercettato scambiando qualche imconprensibile convenevole. Sorrisoni, ringraziamenti, “Have a g’day!” e avanti per la nostra strada.

“Dove sarà il … come si chiama? Best Harvest Labour?”

“Giù di qua, una laterale della via principale.”

“Oh però carina questa Stanthorpe: mi ricorda una città texana. Tutti con il cappello a falda larga”. (avremmo scoperto più tardi che si chiama Akubra).

“Mmm sì…”.

“Fanno anche il rodeo e la serata country! Guarda la bacheca degli eventi!”

“Oh dai! Magari ci trovassero un lavoro qui!”

“Alla fine ce ne sono di backpacker in giro che cercano lavoro, non pretendo di avere culo subito, però magari dai, in un paio di giorni e ci trovano qualcosa…”.

“A me han detto che il “porta a porta” funziona. Intanto ci iscriviamo all’agenzia interinale, poi possiamo iniziare a visitare farm per farm per sentire se cercano gente”.

“Poi oh, se mi trovano la farm in cui possiamo soggiornare con il nostro van senza essere legati a un ostello, tanto di cappello…Alla fine l’abbiamo comprato per viverci dentro.”

“Ho sentito dire che molte farm sono in “combutta” con gli ostelli locali e che ti assumono solo se soggiorni lì. Chissà cosa si raccoglie qui…”.

“Oh non hai visto la Grande Mela all’ingresso della città?”

“Certo. Chissà se ti danno qualche mela “ammaccata” da portare a casa, sarebbe una bazza per risparmiare sulla spesa. Poi le mangio con lo yogurt”.

“Preferirei trovare lavoro nelle vigne”.

“Mica ti danno il vino, Andre, nelle vigne”.

“Ah… già. Va beh, vedremo. Ho fame, ho già visto un po’ di bar che sembrano ok”.

“Sì Andre ma non hamburger ANCHE oggi!”

L’agenzia del lavoro di Stanthorpe è situata in fondo a una stradina che termina con un campo coltivato, un bilocale ad angolo, incastonato tra un fish ‘n’ chips e un meccanico. Qualche annuncio di lavoro su fogli A4 appiccicati alla vetrina e il cartello “Backpackers info point” scritto a mano, ci fanno ben sperare.

Non facciamo in tempo ad entrare che un’impiegata ci chiede: “Siete qui per un farm job? Siete già iscritti? D’accordo, allora prima di qualunque spiegazione dovrete compilare tutti questi moduli, fornirmi una copia del visto e del passaporto, e naturalmente il vostro CV”. Bam.

Fortunatamente la pedanteria con cui avevamo preparato documenti e CV ci ha agevolati. In meno di 10 minuti stavamo già chiaccherando con tale Lynda, l’impiegata bionda e slavata che ci avrebbe aiutati a trovare un lavoro. I soliti convenevoli: “Oh Italy! Ho viaggiato lì la scorsa estate con mio marito! Be-li-si-ma, grazi!”), domande di rountine (“Che esperienza di farm job avete? Quale mansione svolgevate in Italia?”) e informazioni pratiche (“Sì, avete capito bene. Quest’anno unfortunately sarete tassati del 15% a partire dal primo dollaro che guadagnerete in Australia, I’m so sorry, è appena entrata in vigore la nuova legge fiscale”), e finalmente Lynda ci propone un lavoro a circa 300 km di distanza, in un’azienda che lavora cereali e che sta cercando proprio una coppia.

“Non so per quanto tempo avranno bisogno. Si tratta di un lavoro principalmente di magazzino e pulizia, mantenimento insomma, per entrambi. La paga è circa 23 dollari all’ora lordi, 8 ore al giorno, senza escludere l’eventualità di lavorare anche qualche sabato, il che vi permetterebbe di guadagnare bene. Ci sono alcuni caravan park sicuri e convenienti a pochi passi dall’azienda”.

“Sembra interessante, ma dove si trova questa … ehm …”

Moree? Laggiù (indica un luogo imprecisato della mappa a parete), qualche chilometro prima delle zone dell’outback del New South Wales”.

(Quattro occhi la fissano alla parola “outback”)

“Si tratta di una cittadina ad un alto tasso di criminalità (sopracciglia aggottate) non ve lo nascondo. Ci sono anche due comunità indigene nelle zone esterne del paese. Sconsigliato uscire la sera. Attenzione al vostro van, non lasciate oggetti di valore in vista, non gironzolate troppo. Ma l’azienda è ottima, stabile. Cercano principalmente coppie con un mezzo proprio. Ragazzi flessibili, affidabili. Voi fareste al caso loro”.

(Silenzio. Scambio di sguardi.)

“Intanto, chiamerei il responsabile per parlargli di voi, così avreste tempo per pensarci, magari mangiateci su un boccone!”.

“Quali alternative avremmo, se non accettassimo?”

“Rimanere in attesa di un’altra offerta di lavoro, magari come fruit picker, forse qui a Stanthorpe, forse altrove. Possono volerci giorni o qualche settimana prima che ci arrivino nuove richieste. Potete aspettare qui, c’è un caravan park molto carino poco fuori città”.

“Tutto chiaro. Ultima cosa: un posto carino dove mangiare qualcosa di … tipico?”

“Caffè 88, senza dubbio! Fanno degli ottimi E-N-O-R-M-I hamburger!”

grande mela.JPG

“Cosa ne pensi?” (davanti a un E-N-O-R-M-E hamburger con patatine che cerchiamo di addentare senza far schizzare fuori l’intero contenuto di rape rosse, salse, carne tritata).

“Sembra un’opportunità. Certo, non è qui a Stanhorpe come speravamo e abbiamo già fatto 300 chilometri …”.

“Però pare che qui non ci siano molte richieste di backpacker, almeno in agenzia”.

“Sì ma te l’ho detto Benny, bisogna andare di porta in porta. Se hai culo che al contadino gli si sono liberati due posti perché due backpacker se ne sono appena andati, lui mica sta a chiedere il permesso all’agenzia”.

(Chomp, chomp. Morso)

“Poi, sinceramente, stare fermi con le mani in mano a Stanhorpe e stare fermi con le mani in mano a Brisbane, non cambia molto”.

“Esatto”.

(Chomp, chomp. Patatina, ketchup)

“Poi oh, a me l’idea di passare attraverso agenzia non dispiace. Questa … cosa”.

“Cosa?”.

“La tipa, come si chiama…”.

“Lydia?”

“… beh va beh. Lei è poi un riferimento in più su cui possiamo contare se abbiamo problemi. In campagna, se hai un problema di lavoro, se non ti viene pagata la settimana, se fai un casino … a me chi me lo dice che il contadino non mi sbatte via da un giorno all’altro e cerca un altro backpacker?”

(Chomp, Chomp. Cannuccia, Pepsi)

“Di storie positive e negative se ne sentono tante, nelle farm. Più belle storie è vero. Però questa sorta di agenzia interinale è un intermediario che può anche aiutarci”.

“Ah la tipa è carina e disponibile. Ci ha già dato mille informazioni riguardo alle tasse, la super annuation, la dichiarazione dei redditi …”.

“Mi dà fiducia. Poi Benny, bisogna buttarsi, senza tante pugnette. Nella peggiore delle ipotesi, se ci tengono ma ci fa cagare, rimaniamo una settimana, riprendiamo su i soldi della benzina per arrivare fin là e qualche cosa di più, e nel frattempo chiamiamo questa Signora che ci cerca un altro impiego”.

“Sì, giusto. Speriamo di rimanere almeno una settimana, o forse due, per ottimizzare il viaggio e le spese dell’alloggio. Mi sembra di aver capito che questa Moree è ben in là …”

Siamo rimasti 3 mesi, ed è andata a finire più o meno così.

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