Tappa 1: cipolle e Jamaica

Brisbane ci aveva accolti a braccia aperte, ma questo abbraccio iniziava a opprimerci la cassa toracica e i polmoni. Avevamo bisogno di respirare nuovi profumi, odori differenti da quelli ormai noti di una metropoli che, pur chiassosa, cosmopolita e genuina nel modo di fare tipico degli australiani, ci aveva un po’ disilluso e stancato. Abbiamo deciso di metterci in strada.

Avremmo raggiunto Stanthorpe, a confine tra Queensland e New South Wales, dove un ufficio interinale specializzato in agricoltura smistava i backpackers nelle farm a un raggio di circa 200 chilometri. Il nome “Stanthorpe” saltava continuamente dalla mia bocca a quella di Andrea come se lì, finito l’arcobaleno, avremmo trovato il piccolo nano irlandese con un sacco pieno di monete d’oro.

Abbiamo lasciato le luci di una Brisbane notturna, deserta e splendida, mentre ammiravo i ponti illuminati attraversati tante volte a piedi per risparmiare sui mezzi. I grattacieli slanciati e ordinati, dove non avremmo mai affittato un appartamento, ci salutavano con un pizzico di malinconia.

Brisbane

La trepidazione della partenza si mescolava alla nostalgia per quel piccolo fagottino di conoscenze su cui eravamo appisolati. Ma in fondo, non era proprio la voglia di “ignoto”, che ci aveva spinto a intraprendere il viaggio stesso nell’emisfero sud?

Pronti, partenza, via! Dopo aver lasciato alle spalle gli ultimi quartieri residenziali immersi nel sonno, abbiamo presto imparato che guidare in Australia significa percorrere lunghi tragitti che collegano città o centri urbani a cento o più chilometri l’uno dall’altro, attraverso lande pianeggianti, colline, campi per pascoli e foreste. Buie.

A che pro costruire un sistema di illuminazione, se non nei pressi dei villaggi stessi? E a volte nemmeno in quelli?

Dopo un po’ di confusione iniziale, ci siamo rassegnati: in questo primo viaggio non avremmo visto nulla della sconfinata terra selvaggia che ci ospitava o dei dintorni di Brisbane, da cui non eravamo usciti per tre settimane.

Avevamo prenotato telefonicamente una piazzola senza elettricità in un caravan park sulla strada, nella microscopica località di Aratula, a 20 dollari a notte. Più tardi avremmo scoperto che con un po’ di furbizia è possibile anche dormire nel proprio veicolo gratuitamente per una notte nelle rest area provviste di bagni lungo le maggiori arterie di collegamento tra le città.

aratula.jpg

Dopo un po’ di impaccio iniziale pestandoci i piedi dentro al van, eravamo pronti per la notte, quando ci ha approcciati un vicino di auto in vena di chiacchere nonostante la tarda ora. Gordon, un rastafari tutto sorrisi senza denti e domande, mi ha braccata sulla porta del bagno degli uomini “sgridandomi” perché avevo sbagliato bagno. Con una grossa risata mi ha inondata di domande, saltando da un aneddoto all’altro della propria vita man mano che gli raccontavo la nostra avventura.

“Cosa fate in un posto del genere?” (Aratula non è esattamente un luogo d’interesse per i viaggiatori). “Andate a Stanthorpe hai detto? Da dove arrivate?”

(“Where do you come from?” è sempre una domanda equivoca per noi backpacker in viaggio, non so mai se rispondere con l’ultima tappa visitata, oppure la mia effettiva patria, l’Italia).

“Italiani?! Man, awesome! Ho lavorato con due italiani! Una coppia! Raccoglievano le cipolle insieme a me, bestemmie e cannoni tutte le sere! Ahahah! Te-s-ta di ca-so!”

“Voi fumate marijuana? Io non sempre, dopo che i poliziotti qui mi hanno beccato alla guida. Man, mi hanno fermato per un controllo, qui, in fondo alla strada, e mi hanno chiesto: “Hai assunto droghe prima di metterti alla guida?” E io: “Fratello, eccome: non vedi i rasta? It’s my religion!”. E così mi hanno sospeso la patente amico, ma che devo dirti: loro sapevano ancora prima di me quale sarebbe stata la risposta, perché mentire?”.

“Allora cercate lavoro eh? Vorreste raccogliere le cipolle? Qui, insieme a me ad Aratula, ci sono tante farm di cipolle. C’è molto lavoro, potete venire insieme a me dal mio capo, domani. Se siete fortunati vi troverà un paio di posti subito. È dura, però, maaaaan fa così caldo. L’italiana, la mia amica che fumava con me sugli alberi durante le pause, moriva dal caldo. Man, un giorno c’erano 40°, era così caldo che le ragazze lavoravano in bikini” (“In bi-ki-ni mate!”, rivolto ad Andrea).

“Questa italiana a un certo punto non ce la faceva più. Ha iniziato a imprecare in italiano si è strappata di dosso tutti i vestiti! Tutti man! E noi intorno abbiamo iniziato a gridare e fischiare e applaudire, mentre il suo ragazzo correva come un matto in mezzo al campo cercando di coprirla come poteva. E lei che sbraitava e inveiva contro il caldo. You’re crazy Italians!”

“Però davvero, se cercate soldi alla svelta venite con me: vi insegno io come usare l’accetta e essere veloci, perché il mio capo paga a ceste, non a ore. Se siete bravi potete fare insieme un buon stipendio. Io mando tutti i soldi alle mie mogli, ho 12 figli, sai?” (Guardando me!).

“Avete davvero un bel van. Quanti chilometri ha? E quanto gli avete dato? Io, dormo nella mia Falcon, quella parcheggiata laggiù. Monto i teli sui finestrini per la luce, fumo i miei joint in tranquillità, e praticamente attraverso la strada e sono al lavoro, a raccogliere le cipolle. Il carapark è tranquillo sapete, non c’è quasi mai nessuno. Pensateci!”.

E abbiamo finito per pensarci su davvero. La mattina dopo, coccolati da un caffè solubile e un pane e marmellata nel mezzo di un parco popolato da pavoni e qualche cinese, decisamente meno loquace di Gordon, ci siamo detti: “Questa occasione piovuta dal cielo, inaspettata, in un paesino inutile se non per le cipolle: ha senso accettarla?”. La risposta è stata: no.

Non solo perché abbiamo notato dubbiosi che il rastafari era ancora addormentato nella sua Falcon coperta di teli alle 9 di mattina (un orario ben tardo per chi lavora nelle farm).

Piuttosto per la voglia di attenersi ai piani senza farsi tentare dalla prima “buona occasione”; per quell’odore di possibilità che respira chi ha il coraggio di continuare sulla strada ingota; per la voglia di non arenarsi in un paesino di passaggio, tale e quale a quello lasciato meno di un mese prima in Italia; per darsi un’occasione in un continente di cui non avevamo che visto poche centinaia di chilometri, e perché no, anche un’occasione di sbagliare.

Così abbiamo salutato un Gordon con gli occhi gonfi e la cannetta in mano e siamo andati a Stanthorpe.

Photo Credits: Andrea Messina

2 pensieri su “Tappa 1: cipolle e Jamaica

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