Tappa 0: il battesimo

Con il Kia è stato amore a prima vista e l’acquisto di un mezzo è stata per noi una svolta, non solo per la possibilità di spostarsi finalmente dalla città, dove le possibilità lavorative erano scarse e intermittenti.

Il van aveva sempre idealizzato per noi un immaginario di vita consapevole ma spartana, umile e dignitosa al tempo stesso, liberi dalle futilità materiali di un quotidiano di cui sentivamo già il peso nel nostro monolocale in Italia.

Un ulteriore modo, insomma, per dirci “liberi” di vivere la nostra esperienza di viaggio senza limiti di tempo e luogo: la vita era la strada e la casa era ovunque decidessimo di fermarci.

Comprare un mezzo usato da 4 proprietari diversi e certamente non di primo pelo, verrebbe considerato un azzardo in Italia, assuefatti dalla propensione delle “cose belle per far da vedere che…”. Per noi poi era una sfida: non abbiamo mai guidato macchine usate e prima di acquistare un mezzo guai a non farsi consigliare dal papà, o dallo zio, dall’amico. Muoviamo un intero esercito di opinioni. Ma queste regole non valgono a 16.000 km da casa e nessun amico fidato che possa supervisionare insieme a te le condizioni del mezzo, indirizzarti sugli aspetti meccanici ed estetici da controllare per evitare fregature, darti un’opinione oggettiva.

O dissuaderti dal vivere per l’anno successivo della tua vita dentro a furgoncino.

Ho capito che avevamo fatto la scelta giusta la prima, burrascosa notte trascorsa nel van.

Eravamo pronti a trascorrere l’ennesima notte in camerata, con un microscopico bagno e altre sei persone che dormono, respirano, scoreggiano, sognano, russano, si muovono sopra, di fianco, sotto di te. Ragazzi che, dopo tre settimane, erano diventati la nostra combriccola, ma pur sempre estranei.

Purtroppo la sera stessa abbiamo scoperto casualmente che il portellone posteriore non si chiudeva a chiave.

“Benny controlla il portellone che non l’hai chiuso bene, devi spingere più forza!”

“Andre non vedi che ho mille cose in mano?! Fallo tu allora!”

“Guardaci bene, non gli hai fatto fare il click della chiusura!”

“Ah non so mica perché fa ‘sto rumore strano …”

“Dammi le chiavi, provo io”.

“Oh prova tu!”

(click… click… click. Apri, chiudi, click. Rumore a vuoto. Apri, chiudi, click. Rumore a vuoto. Chiudi, apri, click. Rumore a vuoto.)

Dopo aver provato varie tecniche di chiusura, abbiamo constatato che il portellone posteriore non si chiudeva a chiave.

Peccato, perché la trattativa con il proprietario era andata alla grande e ora ci toccava rinegoziare il prezzo per la riparazione e, probabilmente, innescare un piccolo litigio. Peccato anche perché questa spesa extra non ci voleva, siccome eravamo entrambi senza lavoro e avevamo appena investito una bella cifra nel van. Peccato, perché avevamo appena trasferito TUTTE le nostre cose all’interno, pronti a partire la mattina successiva.

Ora il Kia, la nostra casa, stava parcheggiato nel cuore del West End, uno dei sobborghi più coloriti di Brisbane, ma anche più nottambuli, che di notte si popolava di festaioli rissosi e aborigeni ubriachi. Il van era pieno zeppo delle uniche cose che ci avrebbero accompagnato in viaggio, ben stivate e incastrate nelle scatole che avevo pulito minuziosamente, senza possibilità di essere chiuso a chiave né spostato in un parcheggio (l’ostello era al completo e il parcheggio custodito più vicino costava circa 100 dollari a notte). Frustrati per la fregatura e preoccupati, abbiamo optato per l’unica soluzione plausibile: dormirci dentro.

Tutto sommato, mi sentivo eccitata per questo inizio inaspettato dell’avventura da vanlifer, arrabbiata per la nostra superficialità e preoccupata allo stesso tempo, certa che stessimo infrangendo diverse leggi (il campeggio urbano o la sosta overnight sono ufficialmente vietate in quasi tutte le città australiane, all’infuori delle aree di riposo o ristoro, che solitamente si trovano lungo le arterie extraurbane. Noi raramente abbiamo rispettato queste regole, nei mesi successivi…).

brizzy
Il quartiere di West End, Brisbane

Io e Andrea abbiamo razionalmente analizzato la situazione e, stremati di sonno ma stranamente calmi, ci siamo intrufolati furtivamente nella nostra casa, a luci spente, con i camion e le auto che sfrecciavano talmente forte da sentire il van sobbalzare a ogni passaggio.

Una notte molto diversa da come ce la eravamo immaginata: accampati in un grade parco nazionale sotto una volta di stelle, dovevamo scivolare nel sonno coccolati dai rumori delle cocorite e dei wallabies e svegliarci con le luci dell’alba per scaldare l’acqua e tostare il pane sulla piastra del fornellino a gas.

Stretti l’uno all’altra, invece, ci siamo lentamente abituati alla luce dei lampioni in strada, alle voci dei pochi passanti ancora in giro e agli spazi a noi estranei del van. L’unica famigliarità su cui potevamo contare, eravamo noi stessi: il nostro modo unico e tranquillizzante di addormentarci abbracciati a letto, il viso incastrato l’uno nell’altro, come se uno dei due dovesse improvvisamente cadere giù o essere trascinato fuori dal materasso dal mostro sotto al letto.

Ancor di più quella notte bizzarra ci sentivamo in dovere di riempire il van di noi, per ovattarci in un mondo cubico solo nostro immune dai rumori esterni, per provare di sentirci a casa.

In quel momento ho capito che la decisione era stata presa, che avevamo davvero comprato un furgone e che davvero ci avremmo vissuto dentro per i mesi successivi, lontano dai comfort di una camera e un bagno; da una cucina in cui potessi preparare un pasto stando in piedi; da un letto a due piazze con clima, che non ci obbligasse a dormire distesi l’uno accanto all’altro senza toccarci nelle notti a 38° e 100% di umidità del bush australiano.

Quel tipo di vita vagabonda era lì e ci era stata sbattuta in faccia con violenza: volete un’esperienza di vita sulla strada come Christopher MacCandless? Volete vivere condividendo con gli animali, il profumo di bacche del bosco e il cemento dei parcheggi che odorano di urina con barboni e ubriachi? Eccovi serviti: essere girovaghi è anche saper leggere la poesia dove meno ce lo si aspetta.

Di notti come quella (in strada, illegalmente, sotto un lampione o in un parcheggio fuori dal centro) ce ne sono state poche altre, per fortuna.

Ma quando ci siamo piazzati per la prima volta sotto a un infinito di stelle immersi in una riserva naturale accerchiati da famiglie di canguri, ho guardato il cielo e ho pensato: “Così va bene”. Poi, guardando Andrea, ho deciso: “Così vado bene”.

Van life
Il nostro Kia Pregio in tutto il suo splendore

Photo Credits: Andrea Messina

2 pensieri su “Tappa 0: il battesimo

  1. Lanciati! È un’esperienza a tratti dura ma indimenticabile! Il tuo ingegno e il tuo spirito d’adattamento ne usciranno certamente fortificati 😉

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