Un esercito silenzioso nel bush australiano

No, non è una storia sulle pesanti e invadenti mandrie di vacche che popolano le campagne australiane, spostandosi migliaia di chilometri per la transumanza.

Però è una storia di campagna, di vite remote lontano dalle città, della forza tutta femminile che non smette di commuovermi, inorgoglirmi e farmi pensare alle Donne della mia vita.

Grazie a un inatteso regalo di compleanno festeggiato a 16.000 km dall’Italia, mi sono trovata immersa nella lettura delle storie di vita dei farmer del bush australiano. “Perché no” mi sono detta. “Del resto passerò i prossimi mesi lavorando proprio in una farm”.

Diamonds in the dust – stories of Australian bush women di Cathie Colless è basato sulle vite tutt’altro che casalinghe delle donne impiegate nelle farm. Certo, rimangono ottime cuoche di pie al manzo e non mancano l’appuntamento nella tea room alle 4 di pomeriggio, ma con gli stivali sporchi di letame da una parte, e i libri contabili dell’azienda dall’altra.

Il libro raccoglie diverse storie di farmer al femminile e conferma come la giornata di allevatrici e contadine sia scandita da ritmi rigidi di semina e raccolta del grano o del cotone, dalla transumanza delle greggi da una cattle station (il termine con cui in Australia si definisce una grande fattoria) all’altra, attraverso le vastissime aree rurali  dell’entroterra, dalla costante lotta contro alluvioni o siccità.

Si parla anche della forza del lavoro manuale e fisico, quella tenacia e schiettezza che idealizza l’australiano dell’entroterra non solo nel corpo ma anche nei modi, in armonia con i ritmi della terra e della natura animale.

Nulla di straordinario rispetto alla quotidianità del contadino in ogni parte del mondo, ovvio, dove l’orario “d’ufficio” va dalle 4 alle 21 nei periodi di maggiore concentrazione di lavoro e non esistono domeniche.

Nulla di diverso, dicevo, se non fosse per la quintuplicazione degli spazi, dei terreni e dei capi di bestiame movimentati su migliaia di chilometri di sentieri polverosi e di strade provinciali.

Se non fosse per l’enormità delle distanze tra un villaggio e l’altro (a volte sono necessarie fino a tre ore di macchina per raggiungere il centro urbano più servito!).

E se non fosse per l’incredibile attivismo silenzioso delle donne al lavoro delle farm fin dai primi decenni del 1800, impegnate nel costruire ex novo una nazione basata sull’agricoltura, ma anche responsabili delle finanze della tenuta, alla guida delle cattle station attraverso l’aridità del bush in sella ai cavalli (sostituiti oggi dai più moderni e confortevoli quad, ma solo per brevi distanze, quando i benzinai permettono di risparmiare il peso delle taniche di benzina di scorta).

Impegnate in prima linea, ça va sans dire, anche nella gestione della casa, dei bisogni della famiglia, dei figli.

E che dire delle donne che da sempre hanno lavorato nelle campagne italiane? Delle mondine e delle contadine nelle coltivazioni di tabacco? Anche la presenza silenziosa delle donne nell’economia primaria italiana è stata largamente celebrata, troppo tardi purtroppo. Tuttavia, anche in Italia il ruolo della donna nelle coltivazioni o nell’allevamento è ancora “marginale”.

Ciò che mi ha sorpreso e incuriosito, però, è che l’attenzione riservata alla figura della donna nelle farm in Australia sia un fenomeno relativamente recente per una nazione giovane e fondata sul modello anglosassone della parità di genere, del politically correct, o quantomeno nata in concomitanza dei primi movimenti femministi europei.

Il progetto “The Invisible Farmer”, ad esempio, è un’iniziativa nata appena nel 2017, finalizzata a mettere in luce le attività e le storie delle donne impiegate nell’agricoltura o nell’allevamento, oltre che a una mappatura nelle aree rurali dell’Outback australiano, delle attività commerciali che conducono da sole o insieme al marito o alla famiglia. Il progetto, che terminerà nel 2020, ha l’ambizione di diventare il più grande studio sul ruolo della donna nelle farm e metterà in discussione lo stereotipo di chi è l’entità del(la) farmer.

Le donne australiane, imparo, sono spesso state protagoniste delle attività a supporto della comunità, creando spontaneamente fin dai primi anni del 1800 i “Women Country Club”, una forma di associazionismo diffusasi poi in ogni rural town, nata dal bisogno delle donne nelle aree rurali di confrontarsi, avvicinarsi e farsi forza a vicenda, contribuire l’una ai bisogni dell’altra, in un mondo prevalentemente maschile.

Le ricerche su questo effervescente movimento delle donne “agresti” australiane mi hanno permesso di scoprire alcuni episodi della lotta dell’esercito invisibile, a partire dal riconoscimento dell’associazione stessa da parte del governo australiano, nel 2012. Una vittoria relativamente recente nel tempo, se calibrata ai parametri della storia europea, soprattutto alla luce del fatto che le donne impiegate nell’agricoltura in Australia si possono ufficialmente dichiarare “farmer” dal 1994, e che solo dagli anni ’70 le ragazze possono iscriversi a facoltà d’agraria.

Il riconoscimento del ruolo di supporto e del protagonismo della donna nelle comunità dell’Outback è anche coronato dal simbolico “Rural Woman of the Year” (che pure va molto in voga down under). Il premio celebra l’onnipresente e silenziosa presenza delle donne nel bush australiano, certamente prestigioso, ma non nasconde l’ennesimo sforzo di interporre il ruolo della donna a cospetto di mansioni tipicamente maschili.

Ebbene sì, anche la nuovissima Australia all’alba dei suoi 200 anni di vita, ha presto acquisito pregi e (soprattutto) difetti del vecchio mondo.

Per maggiori informazioni sul progetto: The Invisible Farmer

Instagram: @invisfarmer

Un’intervista a Cathie Colless per maggiori informazioni sull’autrice del libro: “Diamonds in the dust”. 

Photo Credits: Andrea Messina

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